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Stigma l'identità negata


1 risposta a questa discussione

#1 cunningham

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Inviato 23 feb 2012 - 23:47

Stigma. L'identità negata un libro di Erving Goffman
Il saggio descrive e analizza le pratiche di inferiorizzazione sociale della diversità isolando tre casi specifici: le deformazioni fisiche, il carattere individuale e la differenza culturale e religiosa. La gestione dello stigma è presente in qualunque società, dovunque entrino in gioco delle regole morali per la definizione delle identità: ma quali sono le modalità concrete che sottopongono alcuni individui a quei giudizi morali che chiamano in causa l'appartenenza a una "categoria inferiore" dell'umanità? E quali sono le strategie di sopravvivenza, di difesa o di adattamento delle persone stigmatizzate? Qual è infine lo scarto tra l'identità sociale e l'identità personale e, in definitiva, tra la "normalità" e la "devianza"?


La Stampa - Tuttolibri, 8 novembre 2003

SE NON APPARI COME TUTTI GLI ALTRI SEI MARCHIATO PER SEMPRE: ECCO LA SOCIETÀ DELLO STIGMA

di MARCO BELPOLITI

AL culmine della sua fama, nel 1981, un anno prima di morire all'età di sessant'anni, Erving Goffman pubblica Forme del parlare. Il libro viene recensito su due delle maggiori riviste inglesi non da sociologi come lui, bensì da un professore di letteratura e da un commediografo. Quest'ultimo è Alan Bennet, diventato poi famoso per una serie di racconti e commedie tradotte anche in italiano (Nudi e crudi). E' il segno di un riconoscimento davvero inusuale. Dai tempi di Simmel nessun sociologo aveva conosciuto una fama pari a quella di Goffman. La vita quotidiana come rappresentazione, suo secondo libro, aveva venduto sino ad allora oltre 500.000 copie, e Stigma, il quinto libro, aveva raggiunto la tredicesima ristampa ed era già stato tradotto in dodici lingue. Le due recensioni sono argute e danno merito a Goffman di aver delineato un campo di lavoro davvero inconsueto, tuttavia entrambe, come ricorda Tom Burns, in un'ampia monografia sul sociologo americano (Erving Goffman, il Mulino), avanzavano delle riserve sulla sua "microsociologia". L'accusa è quella di non interessarsi tanto della struttura sociale complessiva - quella sì seria -, bensì ad una serie di avvenimenti quasi irrilevanti: i modesti eventi che consistono nell'inventare scappatoie ai piccoli guai della vita. Goffman è davvero un sociologo particolare: creativo, dotato di una forte vena satirica. Oggi è un classico, anche se è poco conosciuto fuori dalla sfera degli studiosi; invece meriterebbe di essere letto da tutti. Stigma, ripubblicato in italiano a trentatré anni dalla sua prima traduzione, è un'opera magistrale, curiosa, inventiva e anche contraddittoria, come accade solo ai libri vitali. Di cosa si occupa questo volume? Dello "stigma", parola che serve a indicare quei segni fisici - scrive in apertura Goffman - "associati agli aspetti insoliti e criticabili della condizione morale di chi li ha". La parola è greca, ma è stata la cultura cristiana a farla circolare con un doppio significato: i segni corporei della Grazia, ma anche i segni corporei del Demonio, che indicano un disordine di tipo morale. E' la società a dividere gli uomini in categorie e a stabilire quali segni possono essere "normali" e quali "anormali". Goffman differenzia tra segni fisici; segni caratteriali che vengono percepiti come mancanze, alterazioni, disonestà, malvagità; e segni o stigmi di origine tribale, religiosa o nazionale, che si trasmettono di generazione in generazione contaminando così i membri di una medesima famiglia. In definitiva, presso tutte le popolazioni esistono stigmi che fanno sì che la persona che li "porta" sia percepita come non completamente umana. Nello schema interpretativo di Goffman l'aspetto visivo è fondamentale, poiché è proprio attraverso la vista che lo stigma diventa palese. Egli parla infatti di "percettibilità" e di codici visivi. Ma naturalmente vi sono anche degli stigma nascosti, o che devono rimanere tali, che si rivelano solo nell'intimità, quali ad esempio la frigidità, l'impotenza o la sterilità. Poiché Goffman ha trascorso diverso tempo nelle istituzioni manicomiali all'inizio della sua carriera di sociologo - verso la fine frequentò invece i casinò -, molti degli esempi sono tratti proprio da questo ambito. Il libro indaga i modi con cui la società e le sue diverse istituzioni costruiscono l'identità delle persone, i micro-sistemi con cui le vagliano e le controllano, ma al tempo stesso mostra le strategie che le diverse persone colpite da qualche stigma utilizzano per difendere tenacemente la propria identità. Goffman distingue tra una identità sociale virtuale, che è la "facciata" che mostriamo agli altri, il tipo di persona che dichiariamo di essere (e che non corrisponde quasi mai all'immagine della nostra persona che vorremmo gli altri avessero di noi) e una identità sociale attuale, che assegniamo agli altri attraverso appunto il contatto visivo, la percettibilità, e i codici sociali che abbiamo introiettato. E' nell'incongruenza tra questi due tipi di identità che si gioca il problema dello stigma, come strumento attraverso cui declassiamo o gettiamo il discredito su un tipo particolare di persona. Noi tutti diamo importanza ad attributi come gli abiti, il portamento, la pulizia, a tutti quei segni di status che definiscono, a prima vista un individuo, e che variano da una società all'altra. Il modo con cui ragiona Goffman non è mai meccanico; si compiace di trovare continue eccezioni alle sue stesse formulazioni e di reperire dettagli singolari non facilmente incasellabili. A un certo punto del libro osserva che sono i vagabondi e non i banchieri a non voler vedere la propria fotografia pubblicata sul giornale, oppure descrive con vivo piacere i diversi sistemi attraverso cui criminali, prostitute e truffatori si costruiscono identità alternative, con nuove biografie, documenti alterati, o cercando comunità dove non esistono tracce della loro precedente vita. Goffman è attirato dai devianti, siano essi infrattori delle regole sociali o invece appartenenti a gruppi etnici, oppure borderline di vario tipo, tanto che spesso, leggendo Stigma, si ha l'impressione che egli stia descrivendo una norma dell'eccezione e non, al contrario, l'eccezione della norma

#2 Tolomeo

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Inviato 23 apr 2012 - 03:10

Me lo ricordo, lo studiai per un esame di sociologia all'università.
Raggiungi il tuo scopo, o muori provandoci.







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